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Trail 333 Egypt 2005
   
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Di Pippo Ruffino
pipporuffino@tiscalinet.it

La prima volta che ho sentito parlare della 333 è stato nel deserto marocchino, alla Marathon Des Sables del 2000. Da allora sono trascorsi 5 anni, 3 Desert Cup (Giordania e Mali), una Susitna 100 ( in Alaska) e altre significative esperienze, che mi hanno convinto che era giunto il momento di provarci.

E così eccomi in Egitto, nell’oasi di Baharyya, insieme ad altri 60 concorrenti per correre la 7a edizione della Trans 333 che, dopo Mauritania, Niger e Tunisia, approda per la prima volta nella terra dei faraoni.

In gare così lunghe ogni concorrente, tra le sue qualità, deve possedere la capacità di adattarsi a disagi e a situazioni impreviste; forti escursioni termiche, dolore fisico, solitudine, fame e sete sono compagne costanti durante la prova; a queste qualità ciascuno di noi ha dovuto aggiungere una buona dose di pazienza, visto che l’organizzatore Alain Gestin, con troppa disinvoltura, rivedeva regolamento e orari.

E così, dopo aver passato la sera prima della gara ad inserire nel mio GPS ben 52 waypoint , mi veniva detto che era sufficiente utilizzarne una ventina; oppure che si potevano inviare dei piccoli pacchi con cibo e vestiario soltanto ai check point con numero dispari, salvo poi scoprire, quando tutto era già pronto, che nulla impediva di spedirne anche ai check point con numero pari; ed ancora, la partenza della gara fissata per le 06:00 veniva posticipata alle 08:30, e invece si partiva alle 09:30. Insomma, quando finalmente inizia la gara, è una vera e propria liberazione…

Le prime ore di corsa vengono vissute tranquillamente, quasi stessi facendo un lungo allenamento. Il corpo inizia a liberare le energie che ha “accumulato” negli allenamenti, ma sa di essere ancora in rodaggio; lasciarlo libero adesso di sfogarsi sarebbe controproducente, giusto qualche allungo quando il panorama è troppo bello per riuscire a frenare l’entusiasmo di vivere un sogno lungamente cullato, di correre nel deserto Bianco, sicuramente uno dei più belli al mondo. E così arriva la sera, le ombre si allungano e si alza un vento freddo. “ Me l’avevano detto” mi dico, mentre indosso il pile; quello che non sapevo è che avrebbe soffiato ininterrottamente per  3 giorni. Inizia così la marcia notturna; tra un occhiata al gps, per essere sicuri di andare nella direzione giusta ed una a  dove poggiare i piedi c’è anche il tempo per ammirare il cielo africano tempestato di stelle.

A differenza di altre ultramaratone, la 333 si snoda lungo un percorso privo di piste da seguire; ognuno di noi, pur seguendo la direzione indicata dal gps da un check point a quello successivo( circa 25 km.), è libero di andare dove vuole; così,  se io, ad esempio, aggiro una collina da sinistra per poi correggere la rotta, qualcun altro la attraverserà salendoci sù e mantenendo sempre la stessa direzione. La conseguenza di tutto ciò è che ognuno di noi si trova facilmente solo per 3 4 anche 5 ore. Questo accresce l’avventura ma guai a sbagliare o, peggio, a farsi male: Chi mi  verrebbe ad aiutare in mezzo a queste dune? Forse un altro concorrente ?
Alle 3 del mattino raggiungo il CP4; c’è solo una tenda fin troppo piena di concorrenti: chi dorme, chi mangia, chi si cura le vesciche…Trovo spazio tra 2 che già dormono. Mangio un pò di riso freddo, mi tiro fin sopra la testa una coperta di cammello sporca ma eccezionale nel proteggere dal vento e dal freddo e dormo 3 ore. Alle prime luci dell’alba riparto cercando di alternare la corsa alla marcia, ma il terreno è cosparso di sassi, e non è facile. Per 4 h. non incontro nessuno ma quando arrivo al CP5 del km 111 il giudice di gara mi dice che sono tra i primi 25; dal pacchetto che ho inviato a questo CP prendo ciò che mi serve e riparto. Dopo 9 km un bip mi segnala che le batterie del gps si stanno scaricando. Mi fermo per cambiarle e vedo che la zip dello zaino è rotta. All’inizio non ci faccio caso, poi mi rendo conto di non trovare il sacchetto con le batterie di ricambio per il gps, gli occhiali da vista, i guanti…L’ho perso! Mi crolla il mondo addosso ma, invece di piangere ho una reazione quasi rabbiosa, forse urlo , non ricordo. Inserisco nel gps le pile di ricambio della luce frontale e, nello strumento, dò il segnale di inverti rotta. Decido infatti di tornare indietro a cercare il sacchetto, sperando almeno di averlo depositato per sbaglio tra la roba lasciata al campo precedente. Corro veloce controvento; lo sconforto di fare tanta fatica in più e di perdere posizioni è sopraffatto dalla paura di dovermi ritirare, perchè senza pile di ricambio il gps non funziona… e come farò di notte senza occhiali da vista? Meglio non pensarci! La ricerca si rivela infruttuosa e quando ritorno al CP5 e racconto cosa mi e’ successo, Alain Gestin  mi dice che devo ritirarmi perchè senza gps è quasi impossibile avanzare. Ha ragione lui ma, a costo di camminare insieme al più lento non mi ritiro e lo rassicuro di aver spedito altre batterie ai CP successivi; adesso andrò insieme ad altri…Alain scuote la testa, sa che sto mentendo; in effetti per quanto mi sforzi di ricordare non so quante batterie ho spedito e dove. Vista la loro importanza le avevo quasi tutte con me. Con tre spille da balia riparo lo zaino e riparto con il gps spento. Ho perso tre ore , tante energie ed ho fatto 18 km in più.

Arriva la seconda notte e c’è una magnifica luna piena; ma io che cammino con gli occhiali a specchio graduati sono troppo impegnato a vedere dove metto i piedi per guardarmi intorno. Al CP6 i 3 ragazzi con cui ho marciato mi dicono che hanno intenzione di dormire qualche ora prima di ripartire, ma io sono ancora troppo furioso per quanto mi è successo e chiedo se qualcuno ha voglia di ripartire subito. Si fa avanti Jean-Marie e insieme ripartiamo; ma lui ha più energie di me e per ben due volte gli chiedo di fermarci qualche minuto a dormire. Ci buttiamo sulla sabbia riparandoci dietro le dune ed immediatamente ci addormentiamo. Facciamo microsonni di 10 minuti circa, ma la sabbia ed il vento sono così freddi che ci risvegliamo con la consapevolezza di dover  subito ripartire. Alle 04,00 arriviamo al CP7. Qui nella mia drop bag trovo un pacco di batterie che forse mi permetteranno di arrivare da solo fino in fondo.

Il deserto Bianco è meraviglioso! Dalla sabbia affiorano formazioni di roccia bianchissima, modellata dal vento in forme surreali: si vedono chiaramente funghi, piramidi, struzzi, cammelli…Osservando questo paesaggio dall’alto di una collina, mi sembra di vedere centinaia di iceberg alla deriva. Questi monoliti di un bianco accecante lasciano spesso il posto a montagne coperte da una polvere nera: è il deserto Nero, che conferisce al paesaggio un aspetto vulcanico. Io corro, marcio, osservo il paesaggio e scatto qualche foto finche non arriva la terza notte e il CP10 dove mi addormento per quasi 5 h. So bene che in queste gare è fondamentale vincere il sonno e dormire il meno possibile, ma decido di aspettare l’alba poiché  non ne posso più di avanzare vedendo solo dove metto i piedi.

Il terzo giorno di gara attraverso interminabili erg di sabbia e chilometri e chilometri di dune. Al tramonto mi trovo  al km 260. La stanchezza, la sabbia ancora calda dove si affonda e le vesciche, mi impediscono di tenere il ritmo che vorrei. Quando arrivo al CP12, il giudice mi sostiene per un braccio e mi invita ad andare nella tenda adibita ad infermeria. “Debbo avere una gran brutta cera” mi dico, ma cerco di ostentare sicurezza sorridendo, dicendo di voler mangiare qualcosa e di voler ripartire prima possibile. Alla fine mi faccio medicare i piedi e riparto dopo un ora. Quando mi rialzo la sensazione con è quella di avere gambe e piedi, ma un unico rigido blocco. Eppure passo dopo passo il corpo reagisce bene e la marcia si fa spedita, e così supero il 300° km , indossando sempre gli occhiali scuri graduati che mi impediscono di vedere l’orizzonte, ma non il gps che tengo in mano e che mi da la direzione di marcia. Arriva così l’ultima alba nel deserto a regalarmi uno spettacolo indimenticabile. Alla mia sinistra il sole sorge simile ad una palla infuocata colorando di rosso le nuvole, alla mia destra i monoliti bianchissimi sembrano iceberg immobili illuminati d’azzurro dalla luna piena ancora alta in cielo. Ovviamente soffia costante un vento gelido. Il deserto è ovunque intorno a me, ma giurerei a volte di sentire dei suoni, come un’ orchestra che, da qualche parte, all’orizzonte accorda gli strumenti prima di un concerto; forse e’ il rumore di un fuoristrada…non lo saprò mai.

Al km 320 c’è un oasi dove l’organizzazione ha previsto un rifornimento d’acqua; arrivo e non trovo nessuno. “ E adesso cosa faccio?” Mi domando. Le mie borracce sono quasi vuote. Ci sono solo 3 egiziani seduti sotto le palme. Mi invitano a mangiare ed a bere con loro. Accetto in barba a tutte le forme di prevenzione (che essendo un farmacista conosco benissimo). Alla fine travaso l’acqua da un bidone nelle mie borracce e riparto. Percorro un tratto di deserto caldo e pieno di piccole dune molto vicine tra loro dove è difficile trovare un passaggio agevole. Dopo 4 km mi trovo davanti un egiziano che, scalzo, si dirige verso l’oasi. Ma da dove salta fuor questo qui? Intorno non ci sono piste, non ci sono capanne e fa molto caldo…

Dal fondo valle vedo il “Dito di Dio”, un enorme monolite che sembra una mano che affiora dalle sabbie con l’indice puntato verso l’alto e che segna l’arrivo della 333. Sono gli ultimi 3km e sono tutti in salita. Mentre li percorro con la coda dell’occhio vedo arrivare il n°19, con un passo molto sostenuto. E cosi, incredibilmente, dopo 330km parte una sfida quasi fossimo ad una stracittadina. Ci studiamo; lui in salita è più veloce di me, ma quando la strada spiana lo passo agevolmente. Andiamo avanti così fin quasi all’arrivo, quando entrambi ridendo decidiamo di rallentare e arrivare assieme. Sono 31esimo. Dalla partenza sono trascorse 101h e 30’…e quasi 350km
   
 
 

 
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